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Relazione del Presidente Simona Autunnali al 45esimo congresso Nazionale SNAMI

  • InNews
  • 24 ott 2026

Care colleghe, cari colleghi, amici dello SNAMI, autorità e ospiti,
questo Congresso, per me, è un momento particolarmente importante. È il primo nel quale ho l'onore, e la responsabilità, di rivolgermi a voi come Presidente Nazionale del nostro Sindacato.
Non vi nascondo l'emozione. Ma soprattutto non vi nascondo il senso di responsabilità con cui affronto questo incarico.
Perché guidare lo SNAMI non significa semplicemente rappresentare una sigla.
Significa assumersi la responsabilità di una storia. Di un patrimonio di idee. Di battaglie. Di persone. Persone che hanno creduto, e continuano a credere, in un modello di medicina e di rappresentanza professionale.
Un Congresso è sempre un momento particolare. Siamo abituati a incontrarci nei corridoi, al telefono, nelle chat, con un orecchio rivolto allo studio e uno alle scadenze. Qui, invece, per qualche giorno, ci guardiamo in faccia. Ci riconosciamo. E ci ricordiamo perché facciamo questo lavoro, e perché lo facciamo insieme.
Significa sapere che dietro ogni nostra scelta ci sono colleghi che ogni giorno aprono i loro studi, affrontano difficoltà organizzative, assumono decisioni cliniche, rispondono ai bisogni dei pazienti, e garantiscono, spesso con risorse insufficienti, la tenuta della sanità territoriale.
Penso a chi, in questo momento, non è in sala perché è al lavoro. A chi sta visitando un paziente anziano a domicilio. A chi sta compilando l'ennesima pratica a fine giornata. A chi sta rispondendo a un messaggio fuori dall'orario di lavori, perché sa che dall'altra parte c'è una persona che ha paura.
È per loro che siamo qui.
Sono questi colleghi che dobbiamo rappresentare. E sono soprattutto loro che dobbiamo avere in mente quando discutiamo, quando negoziamo, quando decidiamo e, se necessario, quando scegliamo di dire no.
Oggi non voglio soltanto raccontarvi ciò che abbiamo fatto e perché lo abbiamo fatto. Voglio dirvi soprattutto dove intendo portare lo SNAMI nei prossimi anni.
Lo farò in tre passi: la nostra identità, le nostre scelte, la nostra direzione.
E alla fine di questo percorso vi presenterò le persone con cui ho scelto di camminare: la squadra che mi affiancherà nel guidare il Sindacato.
Per parlare seriamente di futuro, bisogna partire dal passato.
Lo SNAMI non nasce oggi. Non nasce dall'esigenza di mettere insieme numeri, interessi o convenienze. Non nasce da un'aggregazione improvvisata, costruita attorno a un obiettivo elettorale o alla necessità di occupare uno spazio.
Lo SNAMI ha cinquant'anni di storia. Una storia fatta di impegno sindacale. Di autonomia. Di battaglie condotte anche in solitudine, di posizioni talvolta difficili da sostenere, ma coerenti con i principi che ci hanno accompagnato fin dalle origini.
Una storia costruita da tanti dirigenti nazionali, regionali e provinciali, dagli iscritti, dalla presenza quotidiana nei territori. È una storia scritta in migliaia di riunioni. In trattative finite a notte fonda. In assemblee provinciali con poche decine di persone, molte volte senza telecamere e senza giornalisti. È la storia di chi ha preso un'auto, dopo una giornata di ambulatorio, per andare a spiegare a un collega i suoi diritti. Ed è a questa storia che voglio rendere omaggio. A chi ha fondato il nostro Sindacato. A chi lo ha guidato prima di me. A chi lo ha difeso nei momenti difficili. E a chi continua a dedicargli tempo ed energie senza cercare riconoscimenti personali.
In modo particolare, voglio ringraziare due persone. Due persone che per me sono state una guida.
Angelo Testa. Mi ha trasmesso la passione per il sindacalismo. Mi ha insegnato tanto. E, soprattutto, ha creduto nei giovani.
E Natale Tarantino. Mi ha fatto conoscere questo mondo. Mi ha insegnato il valore dell'ascolto. A lui devo molto, più di quanto potrei dire oggi.
La nostra storia è un patrimonio. E un patrimonio non si sacrifica per inseguire la novità del momento.
In un panorama sindacale in cui compaiono di continuo nuove sigle, nuove alleanze, nuove aggregazioni, che talvolta sembrano esistere più sulla carta che nella realtà, dobbiamo avere la consapevolezza del valore della nostra identità.
Non mi interessa polemizzare con altre organizzazioni per il gusto della contrapposizione. Ma credo sia necessario ricordare una cosa. La rappresentanza non si improvvisa. Non si costruisce sommando sigle. E non si misura soltanto con i numeri. La rappresentanza si conquista nel tempo. Con la credibilità. Con la coerenza delle posizioni. Con la capacità di difendere concretamente chi si è chiamati a rappresentare. E soprattutto si dimostra nei momenti difficili, quando sostenere una posizione può avere un costo politico.
È facile essere d'accordo con tutti quando non c'è nulla da decidere. È facile applaudire quando le notizie sono buone. La rappresentanza vera si vede quando bisogna restare in piedi e spiegare ai colleghi, con onestà, anche ciò che non vorrebbero sentirsi dire.
Noi dobbiamo ascoltare tutti. Confrontarci con tutti. Essere pronti a costruire alleanze sugli obiettivi condivisi. Ma non dobbiamo mai dimenticare chi siamo.
Perché uno SNAMI senza la propria identità non sarebbe uno SNAMI più moderno. Sarebbe semplicemente uno SNAMI più debole.
Il 21 giugno scorso mi avete affidato la Presidenza Nazionale. È stata una grande manifestazione di fiducia. L'ho accolta con gratitudine, e con la piena consapevolezza della responsabilità che ne derivava.
Voglio ringraziare chi mi ha sostenuta. Ma voglio ringraziare, con la stessa sincerità, chi ha votato in modo diverso, chi ha espresso un'altra visione, chi ha scelto di mettersi in gioco in un confronto aperto. Perché un sindacato in cui ci si candida e ci si confronta è un sindacato vivo.
Essere la prima donna alla guida dello SNAMI è un passaggio significativo nella storia della nostra organizzazione. E mi riempie d'orgoglio. Per molte colleghe questo passaggio ha un valore che va oltre la mia persona. È il segno che questa professione, e questo Sindacato, possono essere un luogo in cui il talento trova spazio. E di questo sono consapevole.
Ma non voglio che questo diventi il tratto distintivo della mia presidenza. Vorrei essere giudicata per le decisioni che saprò assumere. Per i risultati che raggiungeremo insieme. Per la capacità di costruire una squadra. E per il contributo che sapremo offrire al futuro della professione.
Del resto, la sanità italiana deve molto a una donna che di «prime volte» ne ha scritte tante:
Tina Anselmi.
Anselmi raccontava che il suo impegno era cominciato da ragazza, davanti a una scelta che non si poteva rimandare. Non aveva un incarico. Non aveva un ruolo. Aveva soltanto davanti a sé qualcosa che non poteva ignorare.
E diceva:
«Capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci.»
Esserci.
Non osservare. Non commentare da lontano. Non aspettare che qualcun altro decida al posto nostro.
Esserci. È questo il senso con cui intendo la responsabilità che mi avete affidato.
Esserci nei tavoli istituzionali. Esserci nei territori. Esserci quando c'è da decidere, e quando c'è da rispondere delle decisioni prese.
La mia elezione è nata da una proposta di rinnovamento. Ma non da una volontà di rottura. Questo è un punto che voglio chiarire con forza.
Il rinnovamento che immagino non è la negazione del passato. È la capacità di far vivere i nostri valori in una realtà che cambia. Voglio uno SNAMI che sappia evolversi senza rinnegarsi. Che custodisca le proprie battaglie storiche, ma abbia anche il coraggio di affrontare temi nuovi con strumenti nuovi.
Continuità e rinnovamento non sono due strade che si escludono. Sono le due gambe con cui un'organizzazione cammina. Se hai solo la continuità, resti fermo. Se hai solo il rinnovamento, inciampi. Per andare avanti servono entrambe.
E soprattutto voglio uno SNAMI unito. L'unità non può essere una parola da pronunciare soltanto nei congressi o nei momenti celebrativi. Deve diventare un metodo di lavoro. Un esercizio quotidiano di responsabilità.
So bene che in una grande organizzazione esistono sensibilità differenti, visioni diverse, opinioni contrastanti. Sarebbe innaturale il contrario. Non considero il dissenso una minaccia. Lo considero una ricchezza, purché sia accompagnato dal rispetto reciproco e dalla volontà di costruire.
Le porte della Presidenza saranno aperte. A chi condivide le scelte e a chi le critica. A chi porta una proposta e a chi porta un problema. Perché un problema portato in tempo vale più di un silenzio che diventa risentimento.
Ma una cosa deve essere chiara.
Quando le decisioni vengono assunte democraticamente, abbiamo tutti la responsabilità di difenderle e di lavorare perché producano risultati.
Il nostro compito è fare in modo che lo SNAMI abbia la forza di far valere le ragioni dei medici. Non vi chiedo uniformità di pensiero.
Vi chiedo unità di intenti.
La Medicina Generale sta attraversando una delle trasformazioni più profonde della sua storia recente.
Cambiano i bisogni di salute della popolazione. Aumentano le cronicità, le fragilità, cresce la non autosufficienza, cresce la complessità clinica e sociale dei pazienti.
Cambiano le tecnologie. Cambiano i modelli organizzativi.
E cambiano anche le generazioni dei medici, le loro esigenze professionali e le loro legittime aspettative di vita.
Il medico di famiglia di oggi non vede più soltanto il paziente che entra nello studio con un sintomo. Vede la persona anziana che vive sola. La famiglia che non riesce a gestire un parente non autosufficiente. Il giovane che non sa a chi rivolgersi. È il primo volto del sistema sanitario, e spesso l'unico che i cittadini sentono davvero vicino.
Di fronte a tutto questo non possiamo limitarci a difendere ciò che esiste perché esiste. Sarebbe un errore. Ma sarebbe un errore altrettanto grave accettare qualsiasi trasformazione soltanto perché viene presentata come innovativa.
La modernità non può essere un alibi per impoverire la professione. Non può diventare la giustificazione per scaricare nuove responsabilità sui medici senza risorse, senza organizzazione, senza tutele adeguate.
Ho sentito spesso, in questi anni, la parola «riforma» usata come una formula magica. Come se bastasse pronunciarla per risolvere un problema. Ma le riforme non si misurano dal nome che portano. Si misurano da ciò che cambia, concretamente, nella giornata di un medico e nella vita di un paziente.
Il nostro ruolo sarà distinguere le innovazioni utili dalle trasformazioni soltanto apparenti. Riconoscere ciò che può migliorare il sistema. Contrastare ciò che rischia di peggiorarlo.
Dobbiamo saper cambiare senza perdere la nostra autonomia professionale, senza compromettere il rapporto fiduciario, senza trasformare il medico di famiglia in un semplice esecutore di modelli organizzativi decisi altrove.
Non temiamo il cambiamento. Temiamo un cambiamento deciso senza i medici e scaricato sui pazienti.
Vengo adesso a una delle questioni più delicate, certamente la più attesa da questo Congresso: la vicenda dell'Accordo Collettivo Nazionale. La conclusione, nel gennaio scorso, dell'ACN relativo al triennio 2022–2024 è stata un passaggio necessario, soprattutto sul piano del riconoscimento economico.
Ma già allora era evidente che quel risultato non risolveva i problemi strutturali della Medicina Generale. Il vero confronto riguardava, e riguarda tuttora, il modello professionale e organizzativo che intendiamo costruire per il futuro.
La successiva integrazione dell'ACN, sottoscritta da altre organizzazioni sindacali nel giugno 2026, ci ha messi davanti a una scelta importante. Abbiamo deciso di non firmare. È stata una scelta ponderata. Non un gesto dimostrativo.
Non è stata presa d'impulso, né per ragioni di bandiera. È stata il frutto di un lavoro intenso: l'analisi dei testi, riga per riga, il confronto con le sezioni territoriali, l'ascolto dei colleghi, e una discussione interna seria, a volte anche aspra, che non ci ha spaventati, perché fa parte della nostra storia.
L'abbiamo assunta perché il testo presentava criticità profonde: sull'autonomia organizzativa dei medici, sul ruolo delle Aziende sanitarie, sull'obbligo di attività nelle Case della Comunità.
Non abbiamo ritenuto accettabile firmare un accordo confidando che i suoi problemi sarebbero stati risolti dopo.
Un sindacato deve giudicare i testi per quello che contengono, non per quello che qualcuno promette che potranno diventare. E oggi rivendico quella scelta.
Non perché voglia dimostrare che altri hanno sbagliato. Ma perché il nostro dovere è assumere decisioni coerenti con il mandato ricevuto dai colleghi, anche quando sono difficili. Anche quando vanno controcorrente.
So che non è stata una scelta semplice per tutti. So che molti colleghi, in questi mesi, hanno posto domande legittime. Ci hanno chiesto: «Non rischiamo di restare fuori?» E a loro dico con rispetto che le domande vanno ascoltate, non liquidate. È giusto che un iscritto chieda conto delle scelte del suo sindacato. Ed è giusto che il sindacato risponda guardandolo negli occhi.
Abbiamo sentito parlare di volontarietà. Di gradualità. Di nuove opportunità organizzative. Ma le parole devono trovare corrispondenza nelle norme e nelle condizioni effettive di lavoro.
Un obbligo rimane un obbligo anche quando viene presentato con un linguaggio rassicurante.
E la contrattazione non può trasformarsi nel luogo dove si cerca di rendere accettabile, a posteriori, ciò che non è stato adeguatamente negoziato prima.
Questo non significa che lo SNAMI voglia chiudersi nel rifiuto. Al contrario.
Significa che vogliamo accordi seri, chiari, e realmente sostenibili. Non vogliamo firmare per esserci. Vogliamo esserci per contribuire a scrivere accordi migliori.
Come ci ricorda Tina Anselmi: per cambiare le cose bisogna esserci. Ma esserci con le nostre ragioni e con la nostra voce. Non per fare numero.
La prossima stagione contrattuale sarà decisiva. Il rinnovo dell'ACN 2025–2027 dovrà affrontare questioni che non possono più essere rinviate. Il superamento del ruolo unico, così come oggi concepito. La tutela della natura convenzionata della professione. Il riconoscimento economico delle nuove responsabilità. La genitorialità. Le condizioni di lavoro. La valorizzazione dell'attività clinica. La sostenibilità dei modelli organizzativi.
Sono queste le nostre priorità. Sono queste che porteremo al tavolo.
E le porteremo con un metodo preciso. Prima l'ascolto dei colleghi, nelle sezioni, nelle assemblee, nei territori. Poi la sintesi, nei nostri organismi interni. Infine il tavolo, con una posizione chiara, motivata, documentata. Non andremo a trattare con improvvisazioni. Ci andremo con numeri, con proposte scritte, con un mandato condiviso.
E voglio essere chiara anche su un altro punto.
La nostra posizione non dipenderà da chi presenterà una proposta. Da chi avrà il merito di aprire un tavolo. Da quale organizzazione deciderà eventualmente di sostenerla.
La nostra posizione dipenderà dai contenuti.
Se arriveranno proposte capaci di superare le criticità che abbiamo denunciato, avremo il dovere di valutarle seriamente. Se sarà possibile ottenere risultati concreti, non dovremo avere paura di riconoscerli.
E se il quadro cambierà, a partire da quanto stabilirà l'atto di indirizzo, valuteremo i contenuti con serietà e senza pregiudizi.
Cambieranno gli strumenti. Non i nostri principi. La coerenza non è ostinazione. E la disponibilità al dialogo non è arrendevolezza.
Il ruolo di una grande organizzazione sindacale non è restare prigioniera delle proprie dichiarazioni. È raggiungere risultati coerenti con i propri valori.
Per questo continueremo a confrontarci con il Governo, con le Regioni, con la SISAC e con tutte le istituzioni mantenendo la nostra autonomia di giudizio.
E se il confronto non produrrà risultati adeguati, sapremo utilizzare tutti gli strumenti democratici e sindacali a nostra disposizione. Abbiamo già dimostrato di saperlo fare.
Ma anche la protesta deve avere obiettivi, tempi, strumenti capaci di incidere davvero.
Una mobilitazione che non cambia nulla non è una vittoria: è una frustrazione in più per chi vi ha partecipato. Chi scende in piazza, chi chiude lo studio, chi rinuncia a una giornata di lavoro merita di sapere perché lo fa, e che cosa può ottenere.
Non dobbiamo rincorrere le iniziative degli altri per dimostrare di esistere. Dobbiamo scegliere responsabilmente le nostre battaglie, sapendo quando confrontarci e quando opporci.
La difesa dell'autonomia professionale resterà uno degli elementi centrali della mia presidenza.
Il medico di medicina generale è un professionista convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale. Questa identità è un valore. Non è un ostacolo all'organizzazione dell'assistenza.
Autonomia significa poter assumere decisioni cliniche in scienza e coscienza. Organizzare responsabilmente il proprio lavoro. Mantenere un rapporto fiduciario con gli assistiti.
È l'autonomia che consente a un medico di dire a un paziente «questo esame non serve», o, al contrario, «questo esame va fatto subito», senza che la decisione sia dettata da un budget, da una convenienza. È una garanzia per il medico. Ma è prima di tutto una garanzia per i nostri pazienti.
Non significa isolamento.
La Medicina Generale deve collaborare con gli specialisti, con gli infermieri, con i servizi sociali, con le altre professioni sanitarie. Ma questa integrazione deve avvenire nel rispetto delle competenze e della responsabilità di ciascuno.
Le Case della Comunità possono essere un'opportunità. Ma soltanto se diventeranno luoghi reali di integrazione professionale, con personale, strumenti, percorsi assistenziali definiti.
Non abbiamo bisogno di contenitori nuovi riempiti con problemi vecchi. Non abbiamo bisogno di trasformare le Case della Comunità in piccoli pronto soccorso. Né in strutture dove destinare medici soltanto per garantire una presenza oraria.
Abbiamo bisogno di una rete capace di prendere in carico le persone fragili, intercettare precocemente le malattie, promuovere la salute, migliorare la gestione della cronicità e rafforzare la prevenzione.
E in questa rete il medico di famiglia deve mantenere un ruolo centrale nella responsabilità clinica del proprio assistito.
Pensiamo alle aree interne. Ai piccoli comuni. Ai paesi dove lo studio del medico di famiglia è l'ultimo presidio sanitario rimasto. Se non teniamo conto di queste realtà, ogni modello organizzativo, per quanto elegante sulla carta, rischia di funzionare in città e di fallire dove c'è più bisogno.
Il nostro studio professionale non è un residuo del passato. È un presidio di prossimità. Un luogo nel quale si costruisce ogni giorno un rapporto di fiducia che nessuna riforma può permettersi di sacrificare.
Non possiamo continuare a chiedere ai medici di fare sempre di più senza riconoscere il costo del loro lavoro. Negli ultimi anni sono aumentati i compiti. Gli adempimenti. Le responsabilità. La complessità assistenziale.
Sono cresciuti anche i costi per mantenere uno studio efficiente: il personale, le locazioni, gli strumenti diagnostici, i software, la sicurezza, le tecnologie.
Uno studio medico non è soltanto una stanza con una scrivania. È una piccola azienda che ogni mese deve pagare, aggiornare, mantenere, proteggere. E chi la guida lo fa con il proprio tempo, con i propri risparmi, con la propria responsabilità.
Il compenso del medico non può essere considerato indipendentemente da questi fattori.
Dobbiamo costruire una contrattazione che riconosca il valore del lavoro clinico, gli investimenti organizzativi sostenuti dai professionisti. E dobbiamo valutare un piano di defiscalizzazione.
Chi investe per migliorare la qualità dell'assistenza deve essere sostenuto. Dobbiamo affrontare con serietà il tema dei massimali, rapportandoli ai carichi assistenziali effettivi, e prevedendo eventuali soluzioni flessibili, su base volontaria e adeguatamente retribuite.
Occorrono incentivi concreti per chi lavora nelle zone disagiate.
Chi sceglie di esercitare in un piccolo comune di montagna, o in un'area interna lontana dai servizi, sta salvaguardando una comunità intera. Un sistema che se ne accorge solo a parole è un sistema che sta perdendo, un po' alla volta, quei territori.
E soprattutto dobbiamo ridurre la burocrazia.
Un medico che passa ore davanti a procedure amministrative inutili è un medico a cui viene sottratto tempo clinico. Non possiamo accettare che lo studio del medico di famiglia diventi uno sportello dove si scaricano tutti i problemi organizzativi che il sistema non riesce a risolvere.
Ogni modulo in più, ogni passaggio duplicato, ogni portale che non dialoga con l'altro ha un costo. E quel costo non lo paga la burocrazia. Lo pagano il medico, che torna a casa più tardi, e il paziente, che aspetta più a lungo.
Quel costo si chiama tempo. E il tempo è prezioso.
La digitalizzazione poi deve semplificare il lavoro. Non moltiplicare gli adempimenti. Ogni minuto restituito al medico è tempo che possiamo restituire alle cure.
Il futuro della Medicina Generale passa dalle nuove generazioni. Ma non possiamo limitarci a chiedere ai giovani colleghi di scegliere questa professione. Dobbiamo creare le condizioni perché possano sceglierla con convinzione.
Occorrono prospettive chiare. Una formazione qualificante. Un riconoscimento economico adeguato. Garanzie professionali.
Un giovane medico che oggi si affaccia alla professione ci guarda e si pone domande legittime. Che cosa mi aspetta? Con quali tutele? Con quale prospettiva di crescita? A queste domande non possiamo rispondere con un invito generico alla vocazione. Dobbiamo rispondere con fatti.
Continueremo a sostenere, con determinazione, l'istituzione di una vera scuola di specializzazione universitaria in Medicina Generale.
Non un cambiamento di nome. Non un riconoscimento soltanto formale.
Un percorso universitario specialistico, pienamente qualificante, di pari dignità rispetto alle altre specializzazioni mediche, capace di integrare l'esperienza territoriale con le competenze cliniche necessarie.
E insieme alla formazione dobbiamo parlare di diritti.
La maternità. La paternità. La genitorialità. La disabilità. Le esigenze di salute dei professionisti. Non possono essere considerate difficoltà individuali da gestire a proprie spese.
Dobbiamo pretendere tutele effettive. Condizioni che consentano di conciliare vita professionale e vita personale.
Una collega che diventa madre non deve scegliere tra il proprio bambino e il proprio studio. Un collega che si ammala non deve temere di perdere ciò che ha costruito in una vita. Un medico che ha un familiare da assistere non deve sentirsi in colpa per averne bisogno.
È un tema di equità. Ma è anche un tema di sostenibilità della nostra professione.
Allo stesso modo, non possiamo accettare che i medici lavorino in condizioni di insicurezza. Le aggressioni negli studi, nelle sedi dell'ex servizio di continuità assistenziale, negli altri ambienti professionali richiedono interventi concreti di prevenzione, protezione e tutela.
Un medico che visita da solo, di notte, in una sede isolata, deve poter lavorare senza paura. È un diritto fondamentale. E finché non sarà garantito, continueremo a chiederlo, in ogni sede.
La sicurezza non può dipendere dalla buona volontà del singolo professionista. Né dalle risorse occasionalmente disponibili in una determinata Azienda sanitaria.
Fin qui ho parlato delle sfide esterne. Ma un programma di presidenza deve affrontare con altrettanta chiarezza ciò che vogliamo cambiare dentro la nostra organizzazione.
Perché non possiamo pretendere che la Medicina Generale si modernizzi se non siamo pronti a modernizzare anche il nostro modo di fare sindacato.
Voglio uno SNAMI presente nella quotidianità dei colleghi.
Un sindacato che non si faccia conoscere solo attraverso le dichiarazioni pubbliche o le battaglie contrattuali, ma che sappia offrire risposte quando un iscritto si trova davanti a un problema concreto.
Penso al collega che ha un dubbio su un contratto, su una contribuzione, su una sostituzione. Al collega che si sente solo davanti a una contestazione. Per lui, lo SNAMI non è un comunicato stampa. È una voce al telefono, e una risposta che arriva in tempo.
Dobbiamo rafforzare i servizi di supporto: su questioni contrattuali, previdenziali, amministrative, organizzative, e di responsabilità professionale.
Dobbiamo costruire strumenti di comunicazione più tempestivi e più accessibili. Dobbiamo usare le nuove tecnologie per rendere più semplice il rapporto tra gli iscritti, i dirigenti territoriali e la struttura nazionale.
Ma soprattutto dobbiamo valorizzare le nostre sezioni provinciali e regionali. Sono loro il primo presidio del Sindacato. Sono loro che conoscono le difficoltà dei territori, le differenze applicative degli accordi, i problemi delle Aziende sanitarie, le esigenze quotidiane dei colleghi.
La Presidenza Nazionale non deve essere una struttura distante che comunica decisioni già assunte. Deve essere un punto di riferimento capace di ascoltare, di coordinare, di sostenere.
Voglio rafforzare il confronto interno. Valorizzare le competenze presenti nello SNAMI. Coinvolgere maggiormente i giovani medici nella vita sindacale.
Dobbiamo formare una nuova generazione di dirigenti, affiancandola a chi ha esperienza e conoscenza delle dinamiche istituzionali.
Non un passaggio di consegne, che si fa in un giorno. Un passaggio di competenze, che si costruisce negli anni: stando insieme, affiancandosi, sbagliando e correggendo, come hanno fatto con me coloro che mi hanno preceduta.
Perché anche il futuro del Sindacato deve essere preparato.
Non improvvisato.
Proprio per questo dobbiamo rafforzare la capacità dello SNAMI di produrre conoscenza, analisi, proposte.
Troppo spesso il lavoro della Medicina Generale viene raccontato con numeri incompleti, rappresentazioni semplicistiche, valutazioni che non tengono conto della reale complessità della nostra attività.
Chi non conosce da vicino uno studio di medicina generale tende a immaginarlo come una sequenza di visite brevi e di ricette. Non vede il lavoro che non si misura: la telefonata a un familiare in difficoltà, il coordinamento con lo specialista, il consiglio dato a un paziente fragile che non ha nessun altro a cui chiedere.
Dobbiamo essere noi per primi a misurare e a valorizzare il nostro lavoro. Perché conoscere significa poter dimostrare. E poter dimostrare significa avere più forza nella contrattazione e nel confronto con le istituzioni.
La ricerca non è un'attività accessoria. Deve diventare uno degli strumenti con cui difendiamo la professione e ne valorizziamo il ruolo. Quando ci sediamo a un tavolo con un numero in mano, non chiediamo un favore. Portiamo un fatto. E un fatto, a differenza di uno slogan, è difficile da ignorare.
Lo stesso vale per l'innovazione tecnologica. Ogni nuova tecnologia richiede formazione, organizzazione, investimenti, e il riconoscimento del lavoro professionale che comporta.
Non basta acquistare apparecchiature per costruire una medicina territoriale moderna. Bisogna mettere i medici nelle condizioni di usarle bene. L'innovazione non è un apparecchio nuovo. Non è una piattaforma informatica.
È un miglioramento concreto della qualità delle cure, offerto da professionisti formati, non improvvisati.
Care colleghe e cari colleghi,
quando mi sono candidata ho presentato un programma. L'abbiamo chiamato Insieme per il Futuro. Quel nome non era uno slogan scelto per una campagna elettorale. Era, ed è, una dichiarazione di metodo. Perché non esiste un futuro credibile per il nostro Sindacato se non viene costruito insieme. Una storia da custodire, un futuro da costruire: e per costruirlo, bisogna esserci. Insieme.
Oggi quel programma è il mandato che ho ricevuto. E intendo onorarlo.
Nei prossimi anni lavoreremo per: rafforzare la rappresentanza nazionale, sostenere le articolazioni territoriali, investire sulla formazione sindacale e professionale. Ma soprattutto voglio introdurre un principio che considero fondamentale: la verificabilità degli impegni.
Non voglio che i nostri programmi restino documenti a cui tornare soltanto in occasione delle prossime elezioni.
Voglio che diventino strumenti di lavoro. Con priorità definite. Con responsabilità riconoscibili. Con momenti periodici di confronto sui risultati.
Ci saranno obiettivi che raggiungeremo rapidamente. Altri richiederanno tempo, mediazioni, lavoro istituzionale. Altri ancora incontreranno ostacoli che oggi non possiamo prevedere.
Non intendo promettere risultati che non dipendono soltanto da noi. Ma posso assumere un impegno preciso.
Lavorare con serietà. Con trasparenza. Con competenza. Con costanza. Informando il Sindacato sulle decisioni assunte e sulle difficoltà incontrate.
E soprattutto ascoltando.
Perché chi guida un'organizzazione deve avere il coraggio di decidere, ma anche l'umiltà di confrontarsi e, quando necessario, di correggere la rotta.
Vorrei concludere tornando al punto da cui sono partita. Alla nostra storia. In questi mesi ho riflettuto spesso sul significato della responsabilità che mi avete affidato. Ho pensato alle generazioni di colleghi che hanno costruito questo Sindacato. Alle battaglie affrontate. Alle difficoltà superate. Ai risultati ottenuti. E ho pensato soprattutto a ciò che dovremo consegnare a chi verrà dopo di noi.
Non possiamo limitarci a custodire quello che abbiamo ricevuto. Dobbiamo renderlo più forte. Questa è la vera responsabilità della nostra generazione sindacale.
Non voglio uno SNAMI ripiegato sulla nostalgia del passato.
Ma non voglio nemmeno uno SNAMI che, per inseguire ogni novità, finisca per perdere ciò che lo ha reso riconoscibile.
Voglio uno SNAMI autonomo. Autorevole. Moderno. Capace di confrontarsi senza assoggettarsi. Di collaborare senza confondersi. Di opporsi senza isolarsi.
Uno SNAMI in cui le differenze siano motivo di confronto, non di divisione. Uno SNAMI in cui i giovani trovino spazio, e chi ha più esperienza trovi il riconoscimento che merita. Uno SNAMI rispettato dalle istituzioni per la serietà delle proprie proposte, e riconosciuto dai medici per la coerenza delle proprie azioni.
La nostra sfida non sarà dimostrare di essere il sindacato che alza di più la voce.
Sarà dimostrare di essere il sindacato che sa dare voce ai bisogni reali della professione e trasformarli in risultati.
Per questo vi chiedo partecipazione. Collaborazione. Fiducia.
Non una fiducia incondizionata. Una fiducia costruita giorno dopo giorno, con il lavoro e con la condivisione delle responsabilità.
Perché il Presidente rappresenta il Sindacato, ma non è il Sindacato.
Lo SNAMI siamo tutti noi. Sono i colleghi che lavorano nelle grandi città e nei piccoli centri. Quelli che operano nelle aree più disagiate. I giovani che iniziano il loro percorso. E coloro che hanno dedicato una vita alla professione.
Sono i dirigenti che dedicano tempo al Sindacato. E gli iscritti che continuano a credere nella necessità di una rappresentanza libera e autonoma. Sono i colleghi che ho appena presentato, e quelli che, senza incarichi e senza riflettori, fanno funzionare ogni giorno le nostre sezioni.
A tutti loro dobbiamo risposte. E a tutti loro dobbiamo garantire che le decisioni di oggi siano assunte guardando al domani.
Non sappiamo quale sarà esattamente il modello di Medicina Generale che avremo fra dieci anni. Ma sappiamo quale ruolo vogliamo che il medico di famiglia svolga. Un professionista libero. Competente. Responsabile. Vicino alle persone. E centrale nel Servizio Sanitario Nazionale.
E sappiamo quale sindacato vogliamo al suo fianco. Un sindacato che non dimentichi mai da dove viene e che abbia il coraggio di scegliere dove andare.
Perché la nostra storia ci dà autorevolezza. La nostra unità ci dà forza.
Ma saranno le nostre scelte a dare un futuro allo SNAMI.
Grazie a tutti.

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