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Una denuncia dei ritardi e delle liste di attesa nel Servizio sanitario nazionale non può prescindere anche da un’analisi dei comportamenti degli stessi cittadini

Egregio dottor

Mario Calabrese, Direttore de La Stampa

Caro Direttore,

ho letto sulla Stampa di domenica 26 luglio le dichiarazioni rese a Raffaello Masci dalla dottoressa Teresa Petrangolini, segretario di Cittadinanzattiva.  Leggendole, però, non ho potuto fare a meno di pensare che spesso si rischia di cadere nella demagogia, pur con le migliori intenzioni. Una denuncia dei ritardi e delle liste di attesa nel Servizio sanitario nazionale, in particolare per la diagnostica, non può prescindere anche da un’analisi dei comportamenti degli stessi cittadini. Ad alimentare ritardi e disagi c’è anche una pletora di richieste improprie che alla fine, soprattutto laddove le strutture sono già in sofferenza, crea disagio per tutti. Richieste alimentate anche da una pubblicistica che continua a promuovere una sorta di consumismo sanitario pericoloso oltre che inutile. Francamente, ci aspetteremmo che da Associazioni come Cittadinanzattiva venisse anche un’azione educativa in questa direzione. Non può immaginare – temo - quante volte dobbiamo  discutere con i nostri pazienti per convincerli che ricontrollare il colesterolo a distanza un mese, o “sorvegliare” la rottura del menisco al ginocchio con una nuova risonanza a breve scadenza, non ha nessun significato, se non quello di impegnare un posto allungando le liste di attesa e sperperando soldi pubblici. Affermare che il “cittadino deve utilizzare di più il medico di famiglia, che è pagato non solo per fare le ricette, ma per assistere  il paziente in difficoltà”, non aiuterà certo l'utente che giornalmente si reca dal  medico di famiglia, se non si aggiunge che usare di più il medico di famiglia significa affidarsi alla sua competenza e accettare anche le sue scelte, che il medico ha comunque il dovere di argomentare o, come si dice oggi, contrattare. Peraltro spero sia noto a tutti, quindi anche alla dottoressa Petrangolini, che giornalmente il medico di famiglia, oltre ad effettuare le visite domiciliari, seguire gli anziani cronici a domicilio, effettuare le prestazioni nell'ambito dell'assistenza domiciliare integrata, effettua dalle 5 alle 7 ore di ambulatorio, e qui ha ragione Petrangolini, spreca diverse di queste ore per svolgere incombenze burocratiche che non ha mai chiesto di svolgere e delle quali farebbe molto volentieri a meno. Insomma non siamo pagati per fare solo ricette, e difatti facciamo anche ben altro ma, mi sia permesso, non siamo nemmeno pagati per avallare indiscriminatamente qualsiasi richiesta. Credo sia venuto il momento che le associazioni dei cittadini, se vogliono passare dalla pur giusta denuncia dei guasti alla promozione del miglioramento, debbano cominciare a confrontarsi e a collaborare con chi esercita sul territorio. Tenendo presente che le risorse sono purtroppo limitate e che il Servizio pubblico si tutela anche evitando richieste improprie.

Angelo Testa, Segretario Organizzativo Sindacato nazionale autonomo medici italiani (SNAMI)

Torino, 27 luglio 2009


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