Egr Dottor Giorgio Gandola Direttore de “La Provincia”, Como
Egregio Direttore ho letto sull’edizione del giornale da Lei diretto di giovedì 4 ottobre scorso l’articolo “Il Pronto soccorso della porta accanto” che informava della presentazione del primo Gruppo di Cure Primarie (GCP) della nostra Provincia. Mi stupisco per il clamore ed il taglio che è stato dato a questa notizia poiché ai non addetti ai lavori potrebbe sembrare una grande innovazione organizzativa. Analizzando invece il tipo di servizi offerti, è facile constatare che siano praticamente sovrapponibili a quelli che già gli stessi medici e molti altri forniscono da tempo e si conclude sia solo una operazione di marketing istituzionale. Si tratta dell’ennesimo caso di “Medicina delle apparenze” molto in voga negli ultimi anni in Sanità, secondo il noto principio nel quale importa più il percepito dalla gente che la sostanza. Si vuole vendere l’immagine suggestiva di un palcoscenico molto visibile come simbolo di presidio del territorio che trasmetta sicurezza alla gente, ma che in fondo non le dà nulla in più rispetto all’ottimo servizio che già gli stessi sanitari fornivano prima di costituirlo. La sede del gruppo di cure primarie presentata poi come “pronto soccorso”, è un inganno che crea pericolose aspettativa nel cittadino ed espone il medico a pesanti rischi professionali. I medici dei pronto soccorso, con alle spalle la struttura diagnostica di un ospedale, da tempo sono condizionati dalla facilità con cui possono essere denunciati e tendono a praticare una medicina difensiva, la peggiore per il paziente, figuriamoci i medici del GCP che non hanno strumenti! Si vogliono omologare questi grandi studi, come una formula universale per la medicina del territorio; in realtà questa è solo una delle soluzioni che non sarà mai possibile applicare alla gran parte del nostro territorio (vedi clamoroso fiasco in Val d’Intelvi). Strutture come queste hanno costi molto elevati di organizzazione e di gestione che senza l’incentivazione eccezionale, di cui oggi gode la sperimentazione di Alzate, non possono reggere economicamente. In tempi di magra come gli attuali, bisognerebbe investire invece sulla professionalità del medico di famiglia che alla fine nel disordinato mercato dell’offerta specialistica è ciò di cui il paziente sente il bisogno. Bisogna sgravarlo dalla soffocante burocrazia e farlo tornare a fare il clinico, renderlo più motivato nel suo ruolo per il bene di tutto il sistema. Esistono già strumenti per migliorare la fruibilità oraria del servizio, se mai servisse (associazioni in rete e disponibilità telefonica 12 ore al di, visite su appuntamento, …), basta farli conoscere alla gente. Al posto di finanziare questi dispendiose ed inutili strutture, non sarebbe meglio, per esempio, aggiornare lo stanziamento per le attività domiciliare programmata, in asfissia per i blocco delle quote dall’inizio degli anni ’90, malgrado il costo dei carburanti sia raddoppiato nello stesso periodo? Preoccupante poi è la ricorrente idea, partorita dai "guru" della politica sanitaria e abbracciata prontamente dai manager delle ASL, di cercare di spersonalizzare i servizi del territorio per renderli più facilmente governabili dal punto di vista amministrativo ed economico. Si cerca con determinazione di banalizzare la figura del medico di famiglia, uno dei maggiori patrimoni della nostra Sanità, ponendola in posizione secondaria rispetto alla struttura organizzativa nella quale opera. Si valorizza la durata del servizio a scapito della sua qualità e della sua accuratezza, sempre e solo nell’ottica del risparmio. Si trasforma quella che era una boutique, forse con difetti ma modellata sul paziente, in un hard discount della medicina. Queste scelte strategiche di fondo diventano molto gravi se si pensa che alla fine in gioco c’è la salute della gente. Il buon proposito di cercare con i GCP una azione di filtro alle prestazioni non strettamente urgenti (codice verdi e bianchi) del pronto soccorso ospedaliero è presuntuosa. Infatti per regolare questo flusso ci vogliono seri programmi pluriennali di “Educazione all’Utilizzo del SSN” che partano dalle scuole per raggiungere gradualmente tutta la Società. Iniziative come queste non sono state intraprese e difficilmente lo saranno dalle ASL poiché è molto sconveniente far capire alla gente le necessarie restrizioni rispetto al passato. Ci si aspetta un risultato molto modesto, come per l’introduzione dei tickets di Pronto Soccorso che non hanno scoraggiato furbi, pigri o i non iscritti al SSN a servirsi delle strutture pensate per l’urgenza. Non si capisce il concetto sostenuto dalla ASL che il GCP avvicini i cronici alle prestazioni che hanno bisogno, quando le visite e l’educazione a stile di vita migliori possono essere effettuate allo stesso modo dal singolo medico e la gran parte degli esami strumentali non potranno mai avvenire nella sede di un GCP. La cosa diventa farsesca quando l’idea viene da chi non è mai stato capace di arginare il consumismo degli inutili ambulatori specialistici dedicati degli ospedali. Per concludere colgo l’occasione fare pubblicamente un in bocca al lupo agli stimati colleghi che hanno avuto il coraggio di investire loro risorse nella nuova struttura, forti solo delle scarse certezze economiche e politiche che la Sanità fornisce di questi tempi. Ne hanno bisogno! Cordiali Saluti Giuseppe Enrico Rivolta, Medico di Medicina Generale - Erba (Co) |